Home > Approfondimenti, Zzero > Veto europeo al rafforzamento dello Swiss Made

Veto europeo al rafforzamento dello Swiss Made

12 maggio 2007 Dody Giussani
Lascia un commento Vai ai commenti

Veto europeo al rafforzamento dello Swiss Made

Se ne discute da tanto tempo e finalmente la Svizzera si sta muoedo nella direzione di un rafforzamento delle regole dello Swiss Made. Tuttavia le ultime notizie sono che Bruxelles si oppone ad un eventuale rafforzamento dell’ordinanza del Consiglio Federale svizzero sull’utilizzo del nome Swiss per gli orologi, il famoso “Swiss made”. Questa proposta, fatta dalla Federazione Orologiera Svizzera (FH) per ridare del credito ad una denominazione molto spesso compromessa e passata, sarebbe giudicata dall’Unione Europea come una misura protezionista: “una limitazione dell’accordo di libero scambio tra la Svizzera e l’Unione europea non è autorizzata”, secondo Ulrich Trautmann, della direzione generale delle relazioni estere della Commissione Europea. In altri termini, la Svizzera non può agire in modo unilaterale ed occorrerà nuovamente negoziare con l’Europa. Ma la pressione viene anche dal Comitato Permanente dell’Orologeria Europea (CPHE). Secondo il suo presidente Jean-Louis Burdet, la Svizzera non è completamente indipendente nella gestione di questo dossier, poiché si basa sull’accordo di libero scambio del 1972 firmato tra le due parti.

Per essere marcati “Swiss Made” secondo le nuove condizioni proposte dalla FH, gli orologi dovrebbero soddisfare un nuovo criterio di valore. Per i segnatempo meccanici, un minimo dell’dell’80% dei costi di fabbricazione dovrebbe rappresentare operazioni fatte in Svizzera (contro il 50% della normativa attuale), e per quelli elettronici, il 60%.

Dà da riflettere una considerazione pubblicata sul sito hautehorlogerie.org, che parla di un periodo di 5 anni affinché tutte le Case possano adeguarsi a questi nuovi standard…

Ma è in occasione dell’assemblea generale del FH del 28 giugno prossimo che il testo finale sarà fermato. Con le critiche di Bruxelles, la procedura si annuncia dunque a lungo termine e irta di ostacoli.

Fonte: sonntagszeitung.ch.

Categorie:Approfondimenti, Zzero

  1. Alberto Il Lupo
    13 maggio 2007 a 17:22 | #1

    Questa notizia mi spinge a formulare una domanda: quali sono i costi che contribuiscono a determinare questo 50% minimo richiesto dalla normativa per ottenere lo Swiss Made? C’è una classificazione delle voci che possono rientrare in questo calcolo? Oppure qualunque costo di produzione è valido (dalla materia prima alla manodopera?).
    Grazie a chi saprà rispondermi…

  2. Dody Giussani
    14 maggio 2007 a 10:50 | #2

    Caro Alberto,
    ti rispondo con parte del testo del mio editoriale apparso su L’Orologio n. 142 (novembra 2005), che dà risposta ai tuoi interrogativi ed approfondisce altri temi correlati…

    “…Partiamo dalla definizione dei requisiti minimi che un orologio deve presentare per potersi fregiare dell’etichetta swiss made, fissati dall’Ordinanza svizzera 232.119 del 1971, poi leggermente modificata (ma non nella sostanza) in base alla Legge federale svizzera sulla protezione dei marchi, del 28 agosto 1992: un orologio è swiss made se l’incassaggio del movimento è eseguito in Svizzera, il controllo finale del prodotto da parte del fabbricante è eseguito in Svizzera e, soprattutto, se il suo movimento è svizzero; un movimento a sua volta è considerato svizzero se è stato assemblato nella Confederazione Elvetica, se è il suo controllo finale è stato effettuato dal fabbricante in Svizzera e se è di fabbricazione svizzera per almeno il 50% del totale del valore di tutte le sue componenti, escludendo però i costi di assemblaggio. Il costo di quadrante e lancette può essere inglobato nel valore del movimento se queste componenti sono assemblate in Svizzera e, inoltre, il costo dell’assemblaggio può essere preso in considerazione quando, a seguito di una stretta cooperazione industriale, esiste l’equivalenza di qualità per le componenti straniere e quelle svizzere, garantita da procedura di autenticazione stabilita da un trattato internazionale.
    Il punto fondamentale della polemica ultimamente fiorita fra Case orologiere, Federazione dell’Industria Orologiera Svizzera e consumatori (questa è soprattutto sentita negli Stati Uniti) è nella definizione di orologio svizzero e nell’equivalenza di qualità tra componenti svizzere e non. Questi due punti, infatti, implicano che fin dal 1971 sono sempre stati considerati swiss made tutti gli orologi non fabbricati al 100% in Svizzera (come si può essere portati a pensare), ma “semplicemente” con movimento svizzero, secondo la definizione data, e cassa e/o bracciale fabbricati all’estero. Ancor più sorprendentemente, le regole dello swiss made non escludono la possibilità di realizzare alcune componenti del movimento all’estero, purché sussista una stretta collaborazione industriale (si può forse leggere: l’impianto di proprie strutture produttive in terra straniera…) e una certificazione di qualità. La competitività dell’industria cinese da questo punto di vista ha aperto scenari nuovi, ma ci sembra alquanto esagerato sia l’atteggiamento di chi grida allo scandalo, sia quello della maggior parte dei fabbricanti di voler nascondere a tutti i costi i particolari di una fabbricazione non elvetica di determinate componenti dell’orologio. Già prima dell’apertura del mercato cinese, infatti, non si può escludere l’impiego da parte dell’industria orologiera svizzera di risorse internazionali a minor costo, come l’industria di Hong Kong (che oggi si è integralmente spostata in Cina, dove i costi di produzione sono ancora più bassi).
    L’atteggiamento delle Case più serie adesso, a nostro avviso, dovrebbe essere quello di dimostrare la qualità delle proprie realizzazioni nella trasparenza delle operazioni compiute per produrle. E tale qualità sarà poi garantita sia dal marchio swiss made che dalla firma della Casa, che ha un enorme valore aggiunto, quando si stagli essa stessa a difendere le proprie scelte commerciali e le metodologie secondo le quali sono attuate, rispettando tutti i fattori in campo, non ultimo quello umano.
    Del resto, la superiorità del marchio swiss made, secondo la definizione già vista, a noi non sembra in declino come paventato da alcuni, se perfino i produttori di orologi “replica” (si legga falsi) propongono i propri cloni “swiss made” (ovvero, come leggiamo su un sito di repliche Rolex: di fabbricazione svizzera e con movimento ETA) a prezzi raddoppiati rispetto agli stessi in versione “japan-made”, e a prezzi fino a dieci volte maggiori rispetto alle copie definite più banalmente “asian made”!
    Noi, come stampa specializzata, continueremo in ogni caso a svolgere il nostro ruolo di indicatori e analizzatori della qualità delle proposte dell’industria orologiera… Svizzera e non.”

  3. Fabio Collector
    15 maggio 2007 a 19:53 | #3

    Ma allora quando troviamo scritto “swiss made” cosa dobbiamo pensare?
    Possiamo fidarci?
    Non sarebbe più corretto fare come la Nikon, che nelle sue pubblicità parla di “Made in Nikon”, e poi dove la macchina o l’obiettivo è stato costruito chi se ne importa?

  4. Alberto Il Lupo
    15 maggio 2007 a 22:37 | #4

    Non sono d’accordo al 100%. Visti gli scandali degli anni passati, con le fabbriche di palloni da calcio in Cina (vedi Nike eccetera….), io vorrei avere garanzie sul luogo dove è stato fabbricato il mio orologio. Oltre che per la qualità, per una questione di etica e di rispetto dei diritti umani…… Anche se non credo che la questione riguarda i marchi di alta orologeria.

  1. Nessun trackback ancora...