
Realisticamente, invece, saranno solo 170 top client di Tiffany & Co. a poter acquistare l’orologio a prezzo di listino (quello che accadrà sul mercato del secondo polso è un’altra storia). Eppure si grida allo scandalo. Un po’ per il colore del quadrante, che per molti mal si addice a Patek Philippe, un po’ perché il fatto di non poterlo possedere non va giù a molti altri. E dire che non è l’unico orologio così esclusivo sul mercato, ma decisamente è l’unico così desiderato.
Altra critica mossa a Thierry Stern, presidente di Patek Philippe, è quella di aver voluto realizzare un’operazione commerciale mirata al massimo profitto. A questo rispondo con la considerazione che qualunque imprenditore mira al massimo profitto. Però, 170 orologi da circa 52.000 dollari non costituiscono certamente un’alta percentuale del fatturato di Patek Philippe. Mentre la ricaduta mediatica è senza precedenti per il piccolo mondo dell’orologeria, che con operazioni come questa intende farsi notare da un pubblico nuovo, più giovane e con meno preconcetti. Si dirà che più che di preconcetti qui si parla di cultura. Io penso che se mai si avvicina un nuovo pubblico, mai si avrà l’occasione di instillare quella cultura che ai neo-appassionati manca.
Infine, il rischio di un’operazione sbagliata è che possa allontanare la clientela tradizionale, quello zoccolo duro su cui si fonda il prestigio di una marca.
Questo non credo proprio che accadrà a Patek Philippe. Non, almeno, per colpa di 170 Nautilus con quadrante “Tiffany blue”.
Dody Giussani


